martedì 4 febbraio 2014

CIO' CHE IL MIO OCCHIO VEDE ESISTE



CIO' CHE IL MIO OCCHIO VEDE...ESISTE?...SINTESI DI SGUARDI SUL MONDO



Tutte le volte che occupo il mio posto a tavola, al momento del pasto, inevitabilmente il mio sguardo corre fuori oltre alla finestra , sul cespuglio di forsizia gialla nel giardino davanti al mio. Proprio in questi giorni di un insolito e relativo inverno,  sebbene siamo in pieno febbraio, la pianta è nella pienezza della sua fioritura. Senza soffermarmi sulle condizioni che le permettono di comportarsi come se fosse all'inizio di primavera, ad annunciarne il risveglio, trovo invece interessante che ogni giorno ed ogni volta che il mio sguardo si pone su essa, essa si pone al mio sguardo: in tutta la sua bellezza, nei volumi prima ordinati e circolari e poi sempre più irregolari e strepitosi. Ed ogni volta è come se crescesse sotto ai miei occhi. E puntualmente il mio sguardo la trova cresciuta :più grande, più larga ed intensa;più luminosa e più voluminosa di quanto lo fosse allo sguardo dell'ultima volta.
Più la guardo più essa si lascia guardare e cresce; più la cerca il mio sguardo più lei esiste e si definisce con dettagli e finimenti che al mio occhio arrivano, puntuali e precisi. E cresce fiduciosamente rigogliosa e col giallo intenso canarino  che la colora. Ed io non posso che continuare a cercare e a trovarla;più la trovo e più la cerco ed essa più esiste al mio sguardo . Sempre.
Ogni volta che sono in quella posizione da cui mi arriva, in quella particolare angolazione, oltre alla finestra.Al mio sguardo lei continua ad esserci, sempre più cresciuta alla mia attenzione!
Non mi chiedo che cosa accadrebbe se non la guardassi e cosa farebbe senza il mio sguardo...
Io so con certezza che da lì, dalla mia posizione, la trovo al mio sguardo che continua a sapere che esiste. E lei esiste!


Puoi commentare se gradisci. E' gradito da parte mia un tuo contributo...
AnnamariA


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Le informazioni contenute in questo blog sono puramente divulgative.
Questo Blog non è da considerarsi una testata giornalistica in quanto non viene aggiornato con una frequenza costante e periodica non può considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n* 62
del 07 Marzo 2001. Inoltre le immagini pubblicate sono quasi tutte tratte da internet e valutate di pubblico dominio. Qualora il loro utilizzo violasse diritti d’autore scrivete una mail al seguente indirizzo annamaria.agnano@gmail.com e le immagini in questione verranno immediatamente rimosse.


martedì 14 gennaio 2014


 PENSARE  AD UN BILANCIO "D'INIZIO D'ANNO"...

Non saltate sulle sedie, cari Amici che mi leggete qui e lì nei luoghi dei Vostri spazi. Potreste farlo!Perchè la mia proposta è di invertire la rotta e "pensare" ad un bilancio d'inizio...Una provocazione, semplicemente una forzatura sulla parola"bilancio". Di solito il, bilancio è a fine d'anno, mai all'inizio! Invece, voglio proprio farvi pensare alla parola "bilancio" come doppio lancio spazio-temporale per immaginare una sorta di scalata visionaria di ciò che vorreste che Vi attenda questo nuovo anno futuro.
Futuro...Una parola fortemente in crisi! Come pensare al futuro se immaginarlo diventa una fantasia?
La mente tende trappole...funziona esattamente così! Se lo immagini e lo fantastichi può sembrare vero, ma il rischio è che sia solo virtuale. Ciò che credi vero per te, nella tua idea di te; sul mondo e sugli altri, non è vero per gli altri...lo pensi tu: anche quello che vuoi che gli altri pensino di te!
E se, invece, guardi il futuro rivisitandolo attraverso lo schermo del passato, può essere un ricordo...come un'ombra minacciosa e paurosa; oppure un ostacolo, se ti vincola.
Così si può correre il rischio di rimanere nel mezzo del fiume, come nella favola in cui il mulo si ferma e teme di andare avanti quando, guardando avanti, il percorso gli appare inarrivabile; e quindi si volta all'indietro e guardando la strada che ha fatto si spaventa, pensando che non gli è possibile tornare indietro perchè la strada è lunghissima . Perciò rimane lì, al centro del fiume e non sa più andare nè avanti, nè indietro.
Se il dolore è solo dolore rinnovato nella percezione che se ne ha, allora diventa complicato ripensarlo, riconvertirlo, riformularlo come una forma di energia alternativa!
Dunque, se non ci si può appoggiare alla immaginazione futura perchè il rischio è l'llusione; se non si può confidare sul passato, perchè il lamento è la destinazione più probabile, allora non ci resta che"
pensare il futuro dal presente, impegnandoci nel costruire il "come vorrei che fosse da qui alla mia presenza, adesso, nel mio tempo e spazio. Collegando questo tempo a come lo voglio passare, e con chi; perchè vorrei che così fosse... Ricercarne il valore sprigionato attraverso il pensiero e l'emozione dell'essere giunti alla fine di quel percorso che penso a mia fattezza. E arrivati a quel punto, lì parte la vera immaginazione costruttiva: chiedersi" se sono arrivato lì, idealmente, si intende, come ci sono arrivato prima; a ritroso, al passo precedente, alla tappa prima?
Come se fosse una scala che percorro all'indietro, quale scalino ha fatto il mio passo prima e ancora all'indietro, quale scalino più basso, ancora prima! Cosa c'è stato prima di più vicino, sempre più vicino. Sino a diventare allo scalino più basso, il presente. Immaginare il tempo dal futuro al presente...una linea tempo "giocata" con un'immaginazione guidata e modulata... valorizzata dai miei criteri personali..."Che cosa è veramente più importante?" Quali sono le cose a cui voglio dedicare la mia energia?Perche? E con quali altri effetti intorno a me, su persone, animali ed ambiente?
Sognare ad occhi aperti... E dunque perdere il dilemma di un futuro inimmaginabile.
Amleto si chiede, disperato, "essere o non essere? Morire o dormire...Sognare forse...ma proprio qui è l'ostacolo perchèl'idea di quale tipo di sogni possano coglierci, dopo esserci sbarazzati da noi stessi della nostra vita,ci ferma.
Quale sogno, dunque ci propone l'attualissimo Shakespeare...Ed io mi chiedo come sognare, se il sogno è nella nostra capacità notturna, ma anche artistica e creativa...spirituale e illuminata.
E sognare come il cervello ci permette, nella sua pienezza dei potenziali. Da sviluppare!

A presto.
La Vostra Annamaria

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venerdì 10 gennaio 2014

UNO SPECIALE POST PER UN SALUTO AUGURALE

UN POST SPECIALE PER UN SALUTO AUGURALE

Cari lettori "Italiani che siete negli Stati Uniti?Ed anche Americani" di cui rilevo la presenza, sentita e che apprezzo sentitamente, nella statistica dei lettori di questa ultima settimana.
Vorrei augurarVi un Felice Anno 2014, esprimendoVi la mia curiosità nel rilevare un evidente vostro interesse. Perciò, vorrei sapere meglio quali temi sono da Voi più sentiti, e che ritenete più vicini alla Vostra esperienza di vita personale e sociale.

Eventi mondiali ci stanno"attraversando" e mondo è quello che in ogni attimo del nostro quotidiano viviamo, esploriamo ed impattiamo dentro ad un luogo condiviso universalmente: quello delle nostre emozioni. Care sentinelle, le Emozioni, dispositivi benevoli che sempre più, e meglio, dobbiamo imparare a valorizzare e a far entrare nel quotidiano della nostra esperienza.

Con il mio forte e sentito AUGURIO Vi saluto e aspetto Vostri contributi e commenti.

A presto. la Vostra Annamaria





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domenica 5 gennaio 2014

LE PERCUSSIONI ...SENTIMENTALI



LE PERCUSSIONI SENTIMENTALI


Ben trovati tutti, carissimi e Buon Anno Nuovo.

Eccomi alla soglia di questo 2014 a riprendere il filo prezioso che intesso nel proporvi i temi che, a partire dal mio quotidiano e non, sento di voler approfondire e condividere con Voi.
Oggi il tema ha a che fare con i sentimenti e con le percussioni sentimentali. A cosa mi riferisco? Provate a darmi una mano e chiedetevi quante volte vi succede che in qualsiasi circostanza, lavorativa, in autobus, ad un convegno o in palestra e se invece volete aggiungere altri momenti in cui vi è accaduto, vi siete trovati di fronte ad una persona conosciuta oppure mai vista, che vi si è rivolta con fare aggressivo, insolente, gesticolandovi  o mostrando la sua rabbia con espressione "animalesca"...
Quando è stata l'ultima volta? E voi, cosa avete provato e cosa avete fatto?

L'aggressività può assumere varie forme, esplicite ed evidenti, come un'espressione del volto, un tono di voce o ancora un' azione aperta o al suo contrario, nascosta, che arriva attraverso  qualcun altro, come muovere un'accusa indiretta,per esempio! E può arrivare quando non ci si aspetta quella modalità non controllata, alla quale, magari, si fa fatica a reagire, a rispondere, provando una sensazione di forte disagio per la forma di attacco che colpisce. Inspiegabile? Che ferisce e a cui, solo dopo, si ripensa a cosa si sarebbe potuto o dovuto fare o dire; con quello che rimane di sgradevole di quell'esperienza...

Cosa fare quando vi trovate una persona che vi digrigna i denti e vi aggredisce?
 La prima cosa che vi chiedo di sperimentare a fare è di usare una chiave di lettura "straordinaria" e con ciò, non vi chiedo affatto di diventare voi stessi "psicologi" per comprendere la persona che avete davanti a voi o quello che vi sta capitando! Penso, invece, allo strumento più semplice ed efficace di cui avvalersi per "disarmare" l'altro, soprattutto per disarmare la sua aggressività, almeno in due modi: fare qualcosa con se stessi; fare qualcosa di diverso nel rispondere all'altro.
Qualcosa che ha a che fare con l'educazione sentimentale: una nuova finestra da aprire sul mondo delle emozioni e dei sentimenti! 

Soltanto voltandoci a qualche millennio passato, l'aggressività è servita ai nostri lontani antenati perché ai loro tempi evolutivi, l'animalità ancora predominava sulle nuove caratteristiche di socializzazione che li attendevano di lì a qualche tempo dopo. La conformazione del viso animalesca, la struttura del cranio, la postura, avrebbero evoluto le loro forme, assegnando nuove espressioni, più variegate che avrebbero sostituito quelle aggressive con cui si difendevano in un ambiente ad alta ostilità. Sino ad assumere la molteplicità espressiva della dolcezza, della simpatia, dell'empatia e, sempre meglio dentro alle relazioni sociali, della gentilezza e del sorriso, ideale in un ambiente opportuno e a favore dello sviluppo di un essere umano. La paura e la rabbia che prima lo dominavano in un ambiente ostile e pieno di minacce, in uno più sociale e relazionale, si sono sempre più modulate, sino a stabilizzarsi come meccanismi sani di protezione: avere paura di fronte ad un pericolo; provare rabbia quando qualcosa che si valuta come importante viene violato.

E tuttavia, se questi meccanismi sani vengono, per così dire, usati a vuoto, ossia se avere paura diventa un'esperienza continua ed attesa; se si continua a provare rabbia, essi perdono la loro funzione, e finiscono per diventare risposte ripetitive e quindi schematiche. Quando poi, nelle fasi di crescita, nei contesti scolastici, alla presenza degli insegnanti e degli altri, quindi nelle interazioni che si stabiliscono all'interno delle relazioni interpersonali, tali schemi facilmente finiscono con l'essere individuati ed etichettati. E' chiaro che questo complica maggiormente: da una risposta appresa, si passa ad una risposta attesa e confermata!Una risposta diviene modo e quindi uno stile, quella risposta diventa il comportamento; il comportamento etichettato diventa un'etichetta sulla persona. La persona è così. Essa è il suo comportamento. Ed aspettandosi che essa vi corrisponda, essa aderirà a questa aspettativa( Autoprofezia verificantesi, P.Watlawick; R.Rosenthal autorealizzazione delle previsioni interpersonali).

COSA C'E' DIETRO ALLA RABBIA?...IN BREVE
Chiunque di noi si arrabbia e quando ci accade: i muscoli si irrigidiscono, il battito cardiaco aumenta e il cervello entra in stato di panico; si altera il ritmo della respirazione, riducendosi lo stato di ossigenazione nel nostro cervello ed organismo. Il nostro “cervello emotivo” e primitivo, prende il sopravvento ed allora non riusciamo più a pensare in modo lucido e reagiamo in modo incontrollato. 
Rabbia e paura hanno lo stesso tipo di impatto emotivo , vere e proprie trappole. Quando poi si prova un senso di panico, impotenza o disperazione, si può imparare a reagire con esplosioni di rabbia, colpendo degli oggetti o urlando; oppure offendendo ed aggredendo l'altro. La rabbia può essere un fiume in piena: un'energia irruenta ed esplosiva. 
E se viviamo un periodo di stress, è una reazione frequente alla quale cediamo Quando è stata l'ultima volta che avete provato un simile stato? 
E la rabbia, tuttavia, può essere sana e costruttiva quando ci porta a cambiare qualcosa che è il motivo della rabbia stessa. Quando agisce come un veicolo che ci guida ad operare un cambiamento, a fare un'azione che ripara, come un martello che costruisce. Se tuttavia questo è stato un percorso al quale abbiamo avuto accesso: appreso a fare. Incanalando l'energia rabbiosa e volgendola verso forme accettabili per noi stessi e  per gli altri.
Ma se questo non accade, se diventa frequente provare un senso di panico, impotenza o disperazione, si può imparare a reagire con esplosioni di rabbia, senza riuscire a poterla controllare.  E la rabbia è come nebbia, acceca e fa perdere visione di ciò che si ha davanti. 
Un vero e proprio incendio, violento, che lascia fumo e distruzione...  Chi si arrabbia senza più controllarsi, ha imparato ad allenare una condizione di paura e di impotenza, da cui emerge la reazione rabbiosa entro un circuito complesso di cause ed effetto. Sono risposte emotive apprese nel corso dell'infanzia, sin dai primissimi tempi della vita di un bambino, all'interno delle relazioni affettive, sia dirette, sia attraverso l'apprendimento osservativo( A. Bandura, Modello dell'apprendimento sociale).
Schemi ben fissati, molto ben allenati che si ripetono ogni volta che la persona sperimenta la sensazione di impotenza (M.Seligman, Modello di impotenza appresa).

Disattivare l'aggressività come si disattiva un sistema d'allarme
La prima cosa da fare è con se stessi: fermarsi! Come ci si ferma davanti ad un semaforo rosso... Fermarsi, in quell'attimo, corrisponde allo sforzo più piccolo ed efficace da fare...Una sospensione tra te e l'aggressività dell'altro, un'interruzione che "agisce" senza reagire.Senza alcun consumo di energia personale...la tua!
E riconsiderare l'evento con una domanda" L'aggressività dell'altro sta colpendo me o è una reazione incontrollabile a colpire lui? Una domanda che "squarcia" ed irrompe sulla vostra reazione nel considerare l'altro che mi ha offeso..."come si permette!"
PERCHE'? Per tenere fuori i vostri sentimenti, preservandoli in un'area protetta, proprio considerando che i sentimenti dell'altro non sono diretti a voi. ..Provate a chiedervi se "quello che mi vuole trasmettere è la stessa cosa del modo in cui me lo dice. E se sapesse fare qualcosa di diverso e di più semplice per chiedermi qualcosa per cui io possa rispondergli direttamente, lo farebbe?
Infatti, in quel momento quel gesto, espressione e modalità aggressivi, gli costano molto più di quanto gli costerebbe fare qualcosa di diverso.

Separate la sua reazione dalla intenzione che la muove: quella reazione che  osservate è incontrollata e ben lontana da voi che, apparentemente, ne siete bersaglio e distante da quello che la persona vorrebbe ottenere, ossia diversa dalla sua intenzione che, invece, trova quell'unica via, senz'altro ripetitiva e schematica. 
Sapete, ad esempio, semplicemente, che i muscoli del nostro viso che si attivano attraverso la rabbia,  con l'aggressività sono per lo più tutti impegnati nella "espressione rabbiosa" e "contratta"? E che invece, sorridere ci costa veramente pochissimo lavoro muscolare; ancor meno stare distesi e rilassati! Il più semplice gesto espressivo a costo energia quasi zero...

Piccolo test di verifica da fare adesso!
Verificate come i muscoli contratti del vostro viso sono collegati alla respirazione attraverso il semplice test del respiro: quando siete arrabbiati e quindi quando i muscoli facciali sono contratti, come respirate? E quando, invece, siete distesi e rilassati cambia il vostro modo di respirare? Provate semplicemente a farlo e misurate la vostra respirazione.
FATTO? Cosa è successo?...

Infine, il passo ultimo: cosa dire all'altro? Sintonizzarsi sulla sua intenzione e sul vostro contributo a realizzarla.
Usate la chiave sentimentale: pensate a cosa volete ottenere( che può essere anche evitare lo scontro con l'altro, o al suo contrario, dargli una risposta come si deve!)
 Pensate al vostro piccolo sforzo che è quello di stare fermi con voi stessi; ripensate a quello che volete ottenere; ed agite da fermi per aprirvi ad una vostra scoperta con la chiave sentimentale, come la chiave che vi apre porte a luoghi mai visti ed esplorati!

"Dev'essere importante ciò che ti spinge a reagire in questo modo e quindi, dimmi come posso contribuire a realizzare la tua intenzione?Cosa posso fare io per questa intenzione?
" Questa è la domanda che dovete rivolgere all'altro, uscendo dalla dimensione della sua reazione. 
La chiave sentimentale porta in sé potenziali enormi che se espressi, appunto, danno potenza. Bisogna incominciare ad allenare questi potenziali, usando la vostra chiave come quando la inserite nel chiavistello per aprire la porta e stavolta, per accedere ad un luogo sorprendente...Perchè no?


A presto. 
La Vostra Annamaria


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venerdì 20 dicembre 2013

PROMETTO DI AMARTI



PROMETTO DI AMARTI

I diversi riti matrimoniali, siano essi cattolico- cristiano o protestante, oppure come nelle formule civili, senz'altro più aperte alla dissolubilità del matrimonio, laico appunto, comunque sia, infine, si somigliano tutti per l'impegno d'amore che viene reso pubblico dai due futuri sposi. L'impegno ad amarsi e ad impegnarsi per questo amore viene declamato da sé all'altro in un luogo pubblico, in presenza d' altri, oltre che ai propri cari: una formalità che sancisce il patto "prometto di amarti".
Ben guardando, in questo impegno espresso, sia nella formula" prometto di amarti fin che morte non ci separi", sia semplicemente nel passaggio anche simbolico di un  luogo civile, in presenza di un pubblico ufficiale, si attiva il paradosso "dell'amore promesso" che da quel momento in poi, può facilmente cedere e spesso cede, alle promesse reciproche.

Quando comincia questo cedimento? Quali sono le dure prove rispetto alle quali la promessa d'amore inizia a sgretolarsi? Alle sferzate del quotidiano: dell'economia, del differente sguardo ai problemi comuni che, per esempio, nascono alla nascita di un figlio o, al suo contrario, in assenza di un figlio. Nel rapporto con i soldi; o con le uscite scontate di uno dei due a discapito dell'altro o invece, nelle uscite della coppia con "i suoi amici". E si alimentano nello sforzo che uno dei due sente di fare più dell'altro! Ed oggi, da questa parte, non sembrano esserci differenze di genere: non vi sta capitando, sempre più frequentemente,  di vedere giovani papà spingere carrozzine con figli piccolissimi, quando non li si vede "portarseli nel marsupio in posizione "pancione"... cosa che ispira a pensare come attraverso questa neonata pancia, simbolica, la paternità "esposta" sembra volersi esprimere in  forme reclamate, (nelle separazioni) ed innovate, impensabilmente, rispetto solo a qualche anno fa. O invece, quando uomini insospettabili, chirurghi e professionisti, stiano muovendosi tra fornelli, alle prese con piatti sofisticati o alla ricerca di menù vegeta- vegano o a base di alimentazione naturale.

La promessa cede, piano piano, ai piccoli fatti giornalieri entro un'ordinaria amministrazione.
In presenza dei parenti, se ci sono e sono troppi o se mancano perché sono disinteressati e non fanno niente per aiutarli (tua madre potrebbe...; se tuo padre volesse...); oppure se sono proprio assenti, li si richiama come presenze (avrai preso da tuo padre...chissà come ti ha viziata tua madre...). E se un giorno, in quel racconto familiare doloroso o divertito, confidato, la tenerezza e l'affetto,  in fase di innamoramento, avevano palesato una profonda empatia, oggi, esso diviene territorio di accusa e di risentimento o implacabile giudizio "diagnostico"(sei proprio come tuo padre; tu assomigli a tua madre; tuo padre ti ha viziato; i tuoi non hanno fatto abbastanza per te!).

L'amore desiderato deve fare i conti con le aspettative deluse: perché lui non è proprio come pensavo; e lei è sempre scontenta se non si fa come vuole. Lui e lei non sono più! E cosa restano, l'uno all'altro, rispetto a quell'impegno ad amarsi? Ma se non sono più, cosa sono ora? Se non costante e persistente assenza a qualcosa che potrebbe riportare la loro attenzione oltre al quotidiano. Che, tuttavia rimane invisibile e perciò non può esistere! Se non si vede, se non appare, allora non esiste...
Gli ammiccamenti e la ricerca dello sguardo, prima fonti dell'attrazione, possono arrivare lentamente a ridursi sino ad evitare di guardare l'altro, dopo che guardare quell'espressione di lui o ritrovarsi addosso lo sguardo accusatore di lei, inesorabilmente sospinge alla distanza; all'anestesia dell'incanto.
Si inizia così ad evitare di esplorare, esattamente all'opposto della esplorazione curiosa che aveva attratto all'amore i due. E più si evita, più ci si distanzia... Allora è in quegli istanti insospettabili che il declino della promessa d'amore avanza: il bacio distratto del mattino; le ripetute telefonate in cui liste di cose o azioni prendono il posto di quell'attesa che prima durava e che ora, non si spera altro finisca! Vedere cose l'uno dell'altro senza più sguardo: spegnersi nella mancanza dei brillori ricercati e sospirati; ascoltare nel tono dell'altro, quella nota così' riconoscibile e quindi, sempre pronta a ripetersi proprio perché riconoscibile; percepire i più piccoli fastidi motivati dai difetti, vizi
 o manchevolezze che ne giustificano la stessa insorgenza (se tu non facessi...se non usassi quel tono; quando mi guardi così so quello che stai pensando) Profezie auto-avverantesi incombenti, ahimè!

E trovarsi allo specchio dell'altro, denudati dall'astio, spegne il desiderio! E quella promessa d'amore, sempre più soffocata, passa al suo opposto: come poter continuare  ad impegnarsi a quell'amore se l'altro, con i suoi modi ed atteggiamenti, lo rende impossibile? Implacabile è la condanna e quindi, la pena stessa: autorizzarsi a volgere lo sguardo oltre all'altro; ricercare fuori, o sorprendersi a guardarsi attraverso altri sguardi, altre geografie emozionali.Altre perimetrie...

E' a questo punto che due sono le alternative: rendersi doppi e restare andando via! Quanti "prometto d'amarti" rimangono esangui e svuotati" di quell'impegno, autorizzati all'accanimento familiare o familistico?"Abituata", l'emozione della promessa cala, si rende indifferente e piccola. Asfittica.

E se invece si va via, non si resta con il frutto di quell'impegno. Orfana, quella promessa d'amore addolorata, infligge pene a chi resta: e chi resta, non è lo splendore dell'erba di quell'amore d'un tempo che è nello sguardo di un figlio, nella sua presenza che richiama una lucida presenza di "esistenza".  Ma, una rivendicazione attraverso i figli, per cui essi diventano invisibili! Quell'amore perpetuo attraverso una vita nata e che si rinnova, come le stagioni, viene obliato. Ed allora, altri,  l'autorità, devono ricordarglieli, questi figli, ammonendoli  per "dover essere genitori". 

Un certo detto provenzale recita che "l'amore è come un bicchiere d'acqua da sorseggiare nel deserto". Ogni giorno rinnovato. Ogni volta ricercato nel piccolo e semplice gesto, o parola o sguardo all'altro: non io, nè tu, quanto "tu per noi". Mai scontato. Intenzionale e per questo, tuttavia, mai artefatto o finto. L'amore non addizionato, perché l'amore moltiplica sé attraverso "te e me".
La promessa è, perciò, "nella promessa a ripeterla come nuova, ogni volta", convinti e speranzosi che così ripetendola, il virtuosismo la renda perfetta. E' solo così che la delusione per l' amore imperfetto potrà essere ristabilita dal virtuosismo della promessa perfetta, perchè ogni giorno ripetuta ed abilitata. Così,  è proprio così che diventa perfetta!
Rendendo credibile che l'amore imperfetto si perfezioni attraverso la promessa perfetta, ogni giorno...

Buon Natale a Tutti voi che avete letto e sostenuto queste considerazioni, condividendole oppure non ancora o forse mai... a pochi giorni dalle feste.

A presto 
La vostra Annamaria

venerdì 22 novembre 2013

NON C'E' NOTTE CHE NON VEDA GIORNO (W.Shakespeare)



NON C'E' NOTTE CHE NON VEDA GIORNO
                                                                                     (W.Shakespeare)
Cari Amici,
oggi ritorno con una bella storia "terapeutica"che vi racconto. Una storia di quelle con un lieto fine, soprattutto con un sogno che si realizza. Come amo dire, un sogno a cui il suo protagonista sta mettendo le gambe...
Prima di raccontarla, gli ho chiesto di poterlo fare e, devo dirvi, non solo perché mi autorizzasse, ma, soprattutto perché mi desse l' opportunità di trasmetterla a tutti voi, perché è una bella storia.
Comincia da un pò di dolore fa, quando risentimento e rabbia all'interno di un conflitto coniugale, condussero Roberto (il nome è inventato per ragioni di privacy), a chiedere il mio aiuto terapeutico. Quello che stava accadendo nella sua vita non corrispondeva a quanto si aspettassero i suoi sentimenti e le sue domande su sé stesso e sulla sua vita! Doveva esserci dell'altro...



Cominciammo a lavorare con i suoi schemi interazionali  verso una condizione innovativa di consapevolezza relazionale. Tralascio dei particolari perché adesso non sono utili a quello che, invece, lo è qui: arrivati ad un buon punto del suo percorso personale nella sua relazione, in quella che definisco "postura" relazionale", un evento lavorativo problematico intervenne bruscamente nella sua vita, proprio in un momento in cui aveva cominciato a provare una certa serenità. 

Lo spostamento in altra sede e con una mansione diversa, subito non precisata, arrivarono inesorabili e come un" fulmine a ciel sereno":un trasferimento in una sede nuova, una diversa mansione motivata, opportunamente, dal suo dirigente capo per ragioni: di resa inefficace, obiettivi mancati e, quindi, da una valutazione critica, per nulla condivisa. A quel punto, l'Obiettivo terapeutico dovemmo proprio riformularlo: quella poteva diventare la classica situazione di mobbing lavorativo con una escalation di azioni che dentro a schemi relazionali, possono assumere spessori drammatici per la persona che subisce il mobbing.Una bomba ad orologeria: con alto rischio di reazioni di forte disagio psicosomatico, o depressivo quali suoi effetti; dove anche gli effetti possono diventare fonti di disagio ulteriore.

Uno psicoterapeuta  di formazione psicologica e specialistica, dispone di conoscenze di strumenti che affida alla persona per fare avanzare i suoi coping, ossia le sue risorse( con le quali fronteggiare le situazioni) che non sono ancora nè emerse, nè riconoscibili: è questa la sua abilità, quando comincia  a praticarle . La persona, quindi, si scopre abile mentre lavora ed usa strumenti e modalità per  "cambiare" il suo percorso mentale-emotivo e geografico affettivo, ossia una percezione mutata dei luoghi affettivi in cui collocarsi nuovamente e diversamente rispetto agli altri. Lavorammo con dimensioni che noi psicologi della psicologia positiva definiamo come aree dimensionali emozionali e relazionali potenziali, ossia che possono crescere e svilupparsi in attività e competenze relazionali e comunicazionali(  dalla gestione dello stress e dei conflitti, all'autocontrollo emotivo, allo sviluppo di empatia; dall'adattabilità alla sicurezza di sè, alla consapevolezza di sé e a quella organizzativa).    

In altre parole, quell'evento "potenzialmente drammatico"venne riformulato attraverso una specifica Tecnica di ristrutturazione che consentì a me, di iniziare un livello di interventi"formativi"; a Roberto, di "iniziare a frequentare una palestra mentale ed emotiva calata nel quotidiano delle interazioni-relazioni sia del lavoro, sia personali.

Gli allenamenti avevano la finalità di favorire e  sviluppare       allineamenti:Roberto, praticando tecniche e modalità di comunicazione e di relazione apprese, si allenava per arrivare ad integrare 
parti di sè, emozionali, psico-fisiche, logiche, verso una consapevolezza della sua Identità e delle sue aspirazioni e desideri, oltre ai bisogni fondamentali.
Nell'arco di un inverno e con la ripresa dopo la pausa estiva, passo dopo passo e mentre si allenava,   gli venne assegnata una mansione mai svolta, che avrebbe svolto affiancato da esperti del settore. Dopo i primi momenti di rodaggio, cominciò a muoversi"imparando" come fa uno studente dai suoi insegnanti.Soprattutto, egli prese ad utilizzare modalità di comunicazione e di interazione con il suo capo, una donna del tutto impreparata a gestire collaboratori; con il ricorso agli strumenti appresi, di volta in volta, usciva dalle trappole personali e rigide che, inevitabilmente, gli avrebbero impedito alcuna possibilità di azione con il conseguente sentimento di inermità ed impotenza.

Roberto frequentava la mia "palestra"delle emozioni due volte al mese:lo affiancavo;modellavo;gli confrontavo le sue esperienze praticate mostrandogli tecniche e strumenti per "rivedersi"; e tutto il resto del tempo, si allenava nei luoghi della sua giornata e della sua vita, anche con gli amici, con i suoi figli. In particolare, aumentò la sua consapevolezza di ruolo genitoriale, di padre. Allargò anche il campo dei suoi interessi artistici;iniziò pure un'attività fisica camminando in mezzo alla natura, per amplificare la sua consapevolezza sul suo rapporto con l'ambiente intorno a sé.

In un anno, la sua vita sul lavoro è del tutto cambiata. 

Oggi gestisce una collega di lavoro nell'ufficio che occupano; relazionando con gli altri professionisti colleghi che lo stimano e gli esprimono soddisfazione per le sue abilitate conoscenze con cui svolge le pratiche che gli vengono affidate. Un lavoro in sè complesso, entro cui partecipano più persone ed è Roberto che "coordina" queste diverse presenze nella gestione della sua mansione. Tutt'altro che semplice!
Fino a qui, come dire, tutto è bene ciò che finisce bene... Ciò che poteva andare storto, invece è andato dritto. Ma, come spesso accade, anche stavolta arriva un nuovo evento che può avere la forza di un cataclisma professionale e personale. Gli viene comunicato, a lui e colleghi, che l'intera organizzazione dovrà fare sacrifici, un cosiddetto piano di solidarietà (per cui nessuno a casa, tutti a casa!), comporterà una riduzione del suo lavoro, con relativa riduzione dello stipendio. Sconvolgente, oppure normale... in quest' "epoca" di totale annientamento del valore del lavoro,in cui, tuttavia, è quotidiano un agire analogo, poiché fortemente diffuso come comportamento aziendale e delle organizzazioni. 

E Roberto, tuttavia, non perde quota, stavolta prende il volo, invece!
E sogna il suo sogno di sempre, di dedicarsi alla terra: ha una formazione universitaria in agronomia e un pezzo di terra che i genitori, ancora vivi e vegeti, gli hanno  intestato in parti uguali a lui e suo fratello. Decide di coltivare questo pezzo di terra a vigneto, una passione coltivata da sempre. La madre ne è sconvolta, il padre, vecchio gli chiede come pensa di procedere e lo supporta, quando capisce che il figlio ha le idee chiare. Così lo appoggia. Anche il fratello, che ha avuto un iniziale atteggiamento rigido, poi, quando Roberto lo coinvolge e lo informa, dandogli la visione che nel futuro potranno collaborare (anche suo fratello lavora la terra, ma si dedica ad altre colture), lo segue e partecipa.

Non hanno mai dialogato come in un questo momento, mi dice Roberto. Siamo stati due ore sotto il portico di casa dei genitori a pensare al futuro in modi concreti e palpabili.Sì, non abbiamo mai parlato così tanto!
Sa, ho poi pensato al nome che gli voglio dare. Lo chiamo "Vigna del dosso" perché lì, poco appresso alla mia terra dove verrà la vigna, c' è un dosso tra la terra e l'argine del fiume. Mi piace. La vigna del dosso me  la vedo, è reale. Comincio con poca produzione, farò un rosso della zona, un autoctono.

Vedo il suo viso mentre ne parla:gli occhi chiari lampeggiano di mille bagliori.
Confermo che l'entusiasmo è contagioso... mi dice anche che in ufficio i colleghi gli dimostrano stima ed ammirazione:Roberto li fa sognare, forse, mentre aspettano di vedersi ridotti e ristretti. E lo guardano, mentre lui sta realizzando il suo sogno e chissà che, per breve, non sia anche il loro sogno. Come se  lo fosse.
E lui, invece, gli ha messo le gambe al suo che, preso il passo, adesso viaggia, giovane e audace!

Un caro saluto e a presto.
AnnamariA



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venerdì 8 novembre 2013

OLTRE IL DOLORE...

OLTRE IL DOLORE ...

Ben ritrovati, cari Amici, 
quelli che mi seguite e quelli nuovi che mi state leggendo per la prima volta.
Oggi voglio prendere spunto per questo mio nuovo post da una riflessione su un dato che, da quando ho iniziato la scrittura del blog "Perché no?", mai si era verificato. Premetto che le mie osservazioni sono basate sulle statistiche con cui un blog viene visitato. Pertanto, partendo dalle mie statistiche mi limito ad osservare, nella attuale esperienza di blogger- specialista di psicologia, le risposte ricevute dalle letture dei temi che ho trattato ad oggi. 

Rimango, quindi, coerente con il titolo scelto per il mio blog "PERCHE' NO?", aderendo allo scopo di "trasmettere per condividere" con ciascuna persona interessata e o incuriosita dal tema o argomento scelto, di volta in volta, per tecnicismo, conoscenza ed anche ispirata dagli eventi e fenomeni che tutti ci riguardano, sia direttamente, ma anche indirettamente; e che prima di recepire e considerare da un punto di vista specialistico e specifico, passano alla mia attenzione e sensibilità personali (credo di non potermi astenere da un personale riconoscimento che sottende tutti i temi che tratto, relativo all'interesse ed amore che nutro per le persone). 

Inevitabilmente, in questi mesi ho misurato l'attenzione dei lettori sui temi in oggetto ai miei post: avevo già osservato che alcuni di essi(destino e resilienza; menzogna e verità;cambiamento ed emozioni;l'amore estremo; un post sui miei sentimenti svelati di "neo-blogger"...) avevano avuto un evidente maggiore riscontro rispetto a tutti gli altri. Poi, è successo che il dolore fibromialgico, del 10 Ottobre, sia balzato letteralmente nella "lista" delle visualizzazioni: nel giro di brevissimo, questo valore si è alzato repentinamente! Ed allora mi sono chiesta quanto il dolore era stato all'attenzione di chi mi aveva letto, magari rispetto a quanti altri temi, per esempio a quello del benessere che, pure, è così tanto diffuso.

Quanto mai, oggi,si parla di benessere? Riviste, centri, esperti (anche noi facciamo bene la nostra parte!) scrivono e parlano di benessere e, senz'altro, credo che effettivamente moltissime persone sentano l'importanza di "conoscere" sempre più e meglio, per apprendere a fare gesti consapevoli finalizzati al loro benessere. Il benessere sembra essere più diffusamente anche una forte leva al cambiamento all'interno dei conflitti sentimentali e coniugali. "Non ti riconosco più...sei cambiata/o...mi fai star male!" O anche ai conflitti tra persone nei luoghi lavorativi.
Sembrerebbe un bisogno emergente per ricercare il benessere rispetto a quanto si prova.

Eppure, appare anche evidente che più si parla di benessere da una parte, inevitabilmente, dall'altra affiora  il malessere: attraverso lo stress, nelle sue multiformi variegazioni, esito di un disadattamento della persona, delle sue risposte alle richieste che l'ambiente(fisico, emotivo, economico, relazionale ed uso queste dimensioni che stratificano la nostra esperienza da sempre, pur nella complessità attuale che viviamo oggi) sollecita? Quante ne sono e quanto pressano?

E' pensabile, dunque, che a partire da una specifica sindrome "da dolore" (come quella che definiamo "fibromialgia"), il dolore sia una presenza, più o meno forte, più o meno acuta; quando non anche persistente:ora fisica, ora psichica, dell'anima. Spesso anche consigliera, talora buona:chi di voi non si è recato finalmente dal dentista per un dolore lancinante ad un dente? Quanti di voi avete associato il vostro mal di testa all'essere stati in un ambiente viziato, o perchè sotto pressione lavorativa? O perché state trascurando la vostra alimentazione, o ancora perché avete fatto un lungo viaggio senza permettervi delle soste?
Cattiva, invece, quando lancinante e limitante (una cefalea; dolore allo stomaco o alla pancia; ma anche oltre: sorda e profonda, compagna di tristezza o d'angoscia)!

Ed ancora mi chiedo, dunque, ma qual' è il confine tra un dolore fisico (della schiena, della testa, in risposta allo stress) e quello di un disagio psicologico che si avverte nella propria esistenza, nella propria relazione o che arriva da quel cambiamento che dovrebbe avvenire, ma che non avviene!
E dunque, quanto il dolore fisico è correlabile con tutto quello che accade? Oppure con ciò che non accade?

Che cos'è dunque il dolore oltre a quel disagio che tormenta, dà da fare, fa star male? Ve lo siete mai chiesti? Magari anche solo attraverso una intuizione, vi è mai balenato?
Se sì, scrivetemi. Partecipate con un vostro contributo diretto oppure che riguardi qualcuno vicino a voi a cui volete molto bene.

A presto. dalla Vostra Annamaria

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