domenica 29 giugno 2014

PSICOLOGIA PRATICA SAPER DIRE DI NO: UNA SCELTA DA FARE X APPRENDERE L'ASSERTIVITA'



 PSICOLOGIA PRATICA

SAPER DIRE DI NO: UNA SCELTA DA FARE
x apprendere l'assertività 


Kandinsky  Olio su tela 50x64.5 cm. Städtische Galerie in Lenbach, Monaco
Diffusamente, nel mondo delle relazioni umane, personali e lavorative, si pensa che la parola ASSERTIVITA' significhi essere servili, piegarsi agli altri e subire!
Per la psicologia sociale e la Comunicazione Pragmatica che si occupano delle Relazioni e dei processi che le regolano, l’ assertività è una modalità attraverso cui esprimere ciò che si sente e si pensa e quindi uscire dagli "schemi" e pregiudizi per i quali “essere educati e gentili", implica accettare ed aderire alle aspettative degli altri, soprattutto delle persone più importanti  Ancor peggio, alle proprie aspettative che mantengono rigidamente quelle altrui.


SAPER DIRE DIRE DI NO.
E' senz'altro la modalità centrale dell'essere assertivi. Di solito, nella nostra cultura, italiana ed anche di genere, se pensiamo alle donne in certi contesti relazionali e di ambienti, dire di no è molto difficile poiché le convinzioni e convenzioni sociali, le credenze culturali, ci portano a pensare che è giusto rendersi disponibili, anche se si sente intimamente di non aderire alle richieste che l'altro ci fa, perché si distanziano da ciò che sentiamo, crediamo in quel momento e situazione differente dalla risposta attesa.
D'altronde, non è diffuso pensare che rendersi disponibili sia segno di altruismo e di rispetto verso gli altri?
Cosa anche vera, nella misura in cui, tuttavia,la disponibilità non superi la misura e si finisca con il dire di si in modo patologico, ossia annullando i propri spazi e bisogni.

Eppure dire di no è proprio dura! 

SAPER DIRE DIRE DI NO.
E' senz'altro la modalità centrale dell'essere assertivi. Di solito, nella nostra cultura italiana ed anche di genere, se pensiamo alle donne in certi contesti relazionali e di ambienti, dire di no è molto difficile poiché le convinzioni e convenzioni sociali, le credenze culturali, ci portano a pensare che è meglio rendersi disponibili anche se si sente intimamente di non aderire alle richieste che l'altro ci fa.
D'altronde, non è diffuso pensare che rendersi disponibili sia segno di altruismo e di rispetto verso gli altri?
Cosa anche vera, nella misura in cui, tuttavia,la disponibilità non superi la misura e si finisca con il dire di si in modo patologico, ossia annullando i propri spazi e bisogni.
Eppure dire di no è proprio dura

Molte volte, nel corso dei miei colloqui con le persone che si trovano in questa situazione, seppure esse manifestano un forte bisogno di cambiamento, sento che d'altra parte mi segnalano l'angoscia come conseguenza dal loro bisogno soddisfatto!Sanno che vorrebbero farlo; sono consapevoli che è un bisogno più o meno impellente...ma è una terribile prova a cui non riescono proprio a sottoporsi.
Una delle cose che prima di tutte faccio rilevare è che in generale dire di no è costoso: comporta infatti un grande stress. A questo punto la persona è perfettamente d'accordo: vorrebbe dire di no tutte le volte che dice di si!

CIO' CHE CI INFLUENZA
E' così che procedo: se non mi concedo, allora rischio di non rispettare l' idea che ho di me di persona rispettosa degli altri; oppure che l'altro si offenda e che dunque io mi debba sentire colpevole dei sentimenti che prova. Questa è la posta in gioco costosa che mantiene lo schema: se dico di no starò male comunque, o per me stesso o per l'altro!

E però, se ci pensassi bene, scoprirei che lo stress della rinuncia ai miei bisogni mi comporta uno stress rinnovabile: infatti, la rinuncia provoca rabbia e rivendicazione, con un conseguente sentimento di impotenza, dal momento che qualsiasi indignazione non seguita da un'azione fa sentire impotenti!
E' a questo punto che faccio una domanda"Se tu sapessi di affrontare un piccolo stress subito per poi smettere di subirne uno più grande, sapendo anche come affrontarlo, saresti disponibile a farlo?

Di solito, alla mia domanda la persona dà chiari segnali di interesse: l'espressione del viso è decisamente di chi  sta considerando le cose da un altro punto di vista! Cosa che rientra nel mio obiettivo: darle un diverso punto di vista da cui considerare ciò che di solito "fa nella sua testa" e che le porta disagio! 


"COME FARE"...FA LA DIFFERENZA!

Prova ad immaginare la situazione nella quale ti trovi di solito. Quel no è lì, chiaro e preciso, ma fermo, bloccato perché non ha nessun'altra via di accesso!E come potrebbe se lo scenario che ti fai è catastrofico? 
Quanto stress in ciò che immagini, nelle conseguenze negative che pensi accadrebbero se tu dovessi farlo passare, quel NO?

Ti ha interessato questo argomento? 
Se si, scrivimi una mail al mio ind.  annamaria.agnano@gmail.com
 e ti invierò la seconda parte di approfondimento. 


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Le informazioni contenute in questo blog sono puramente divulgative.
Questo Blog non è da considerarsi una testata giornalistica in quanto non viene aggiornato con una frequenza costante e periodica non può considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n* 62
del 07 Marzo 2001. Inoltre le immagini pubblicate sono quasi tutte tratte da internet e valutate di pubblico dominio. Qualora il loro utilizzo violasse diritti d’autore scrivete una mail al seguente indirizzo annamaria.agnano@gmail.com e le immagini in questione verranno immediatamente rimosse.

domenica 18 maggio 2014

PSICOLOGIA PRATICA A PROPOSITO DI MIRACOLI...




PSICOLOGIA PRATICA




A proposito di miracoli...

Prendo spunto da un bell'articolo di Dario Fo, premio Nobel,  sul quotidiano Il Fatto Quotidiano che cito" I miracoli esistono, sono dentro la natura". E ci ricorda dei latterini: minuscoli pesci che in modo perfettamente organizzato, in presenza di un predatore si dispongono tutti uniti, in maniera precisa, a mosaico, sino ad assumere una forma feroce di gran lunga più feroce del predatore. E' nel disegno della natura che questo piccolissimo organismo sopravvive, grazie alla sua organizzazione intelligente: e gli scienziati, ci dice Dario Fo, rimangono sbalorditi e non sanno spiegarsi come "questo miracolo" si verifichi. I miracoli, secondo una lettura atea che il premio Nobel fa, sono eventi che rimandano ad una presenza di uno spirito superiore che, invece secondo l'altro intervistato, il teologo Vito Mancuso, pur nella necessità di non poterli negare come eventi "divini", secondo il teologo che ha visto dei miracolati di Padre Pio, sarebbero frutto della mente umana. 
Che cosa interviene nelle persone e che fa la differenza tra le loro reazioni e loro effetti?

Il divino percepito o la "fede"che lo alimenta?

Uno dei primissimi effetti studiati sulle aspettative percepite, che ci può far approfondire il tema del miracolo, venne studiato dal Collega americano Robert Rosenthal che per primo parlò di "previsioni di aspettative interpersonali che poi sarebbe stato definito auto-profezia verificantesi".(P.Watzlawick) A partire da studi sull'influenza che i processi della comunicazione verbale e non verbale hanno sui comportamenti umani, il linguaggio e le relazioni all'interno del sistema sociale, erano stati già osservati gli effetti delle aspettative che generavano comportamenti prevedibili. Con lo studio compiuto su un gruppo di studenti  presentati ad un nuovo corso di studi come particolarmente intelligenti che invece avevano, sino a quel momento, ottenuto risultati scarsi. Se ci addentriamo il concetto principale della ricerca è quello di «profezia che si auto-adempie» e cioè: la predizione fatta da una persona sul comportamento di un'altra persona finisce, in un modo o nell'altro, per realizzarsi.


Auto-suggestione o qualcosa di più?
Altro effetto che dovremo prendere in considerazione se vogliamo indagare la dimensione del miracolo è l'effetto placebo che sta ad indicare la capacità dell'organismo di liberare sostanze endogene, ossia interne, che hanno funzione terapeutica, ossia capaci di guarire.Ed andiamo ben oltre alle semplici auto-suggestioni! 
Da uno studio scientifico pubblicato sulla rivista on-line American Psychological association, il prof. Irving Kirsch riporta esiti dell'effetto placebo nella cura della depressione. Secondo quanto lo studio evidenzia, le risposte al farmaco e al placebo sono abbastanza vicine: infatti le percentuali all'antidepressivo sono del 50%; quelle al placebo sono del 30%. Questo farebbe considerare quanto il "suscitare speranza" sia in sè un atto terapeutico!(  Persuasion and healing scritto dal prof. Jerome Frank).

Oggi lo sviluppo della neuro-biologia e neuroscienze volge una pagina nuova della medicina per la quale è confermata la relazione tra i sistemi psico/neurologico con i sistemi immunitario ed ormonale. A tal proposito, rimando ad un testo molto interessante (Il cervello anarchico) scritto dal Dott. Enzo Soresi, pneum-oncologo che  riporta casi testimoniali illuminanti. "
I risultati ci permettono di parlare di auto-guarigione. Ebbene sì, ben al di là di magie e miracoli!



Sapevate che c'è uno stress buono?
La fede, il sentimento che essa sviluppa in relazione agli eventi anche patologici e drammatici, come lo può essere una diagnosi tumorale, può condurre alla auto-guarigione. Provate ad immaginare un vero e proprio network, una rete tra questi sistemi che comunicano tra loro e a quanto l'esperienza emozionale influisca sul sistema immunitario, quindi sulle nostre difese. Una comunicazione complessa che permette al nostro corpo intelligente adattabile di cercare uno stato di equilibrio in condizioni di stress e dei suoi effetti nocebo, ossia ossidativi che conducono alla malattia, ma anche ad uno stress positivo, l'eustress, che ci porta ad una risposta "resiliente".(Chi vuole approfondire la condizione della resilienza potrà leggerne sul post del 30 Agosto2013).

La resilienza è... il frutto di capacità abilitate di uno sviluppo intelligente dell'uomo.
Un corpo intelligente ed intero, dunque il nostro, e le neuroscienze,la psicologia dello sviluppo e dell'azione, sembrano proprio ritornare tutte nella stessa direzione: quella che Umberto Galimberti, usando la parola tedesca "corper" che significa "corpo cosa",sempre dalla stessa lingua tedesca, riprende la parola "libe"
che sta per "corpo della relazione con il mondo della vita".
La lingua , dice U.Galimberti,ci ricorda la continuità di relazione tra corpo vita e amore.

 Vostra AnnamariAgnano


Se desideri approfondire e fare domande, contattami con una mail : annamaria.agnano@gmal.com



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lunedì 12 maggio 2014

4 PASSI NELL'AMORE IMPOSSIBILE TRA DIPENDENZA AFFETTIVA E STALKING

4Passi nell’amore impossibile 
tra dipendenza affettiva e stalking.

Dott. Roberto Solinas


René Magritte  La tomba dei lottatori 1960
L’amore impossibile poggia su un semplice principio: per infatuarmi o innamorarmi di qualcuno non è affatto necessario che io sia ricambiato.
Nel film di Francois Truffaut del 1975 “Adele H.una storia d’amore” 
La trama 
la protagonista vive un amore impossibile e sviluppa sia una dipendenza affettiva prima, che i  comportamenti dello stalker in seguito. L’opera cinematografica trae lo spunto da una storia vera e dalla scoperta nel 1955 dei tragici diari di Adele Hugo, la seconda e meno  conosciuta figlia di Victor Hugo. La vicenda accade nella seconda meta dell’800. Adele ha una relazione, poi conclusa, con il tenente degli ussari Pinson ma non si rassegna alla perdita.  La ragazza con una determinazione invincibile lo rincorre. Lei, in apparenza, è partecipe alla vita sociale, ma vive dentro di sé un’esistenza dolorosa umiliante e senza speranza. Scrive continue lettere che non avranno risposta, pagine di diario colme di angoscia e solitudine, partecipa a sedute spiritiche in cerca di certezze e rincorre, caccia, perseguita e bracca come una preda quel suo amore indifferente. Senza ottenere mai nulla… La sua lotta commovente e disperata non conosce però  dubbi o esitazioni. Lei ama quell’uomo disinteressato e spregevole, si sottomette e si umilia a lui, fino al progressivo degrado mentale, fino alla progressiva alienazione dalla realtà. Sempre sola, attraversa il mondo, fino alle Barbados dove il reggimento del suo “amore” è di istanza. Ormai sfiorita, consunta e ridotta in miseria, ora incontra il suo oggetto del desiderio e non lo riconosce più. E’ diventato solo un’ombra, un’immagine della mente. Lì, una comune donna del popolo intuisce il suo dramma, si prende cura del suo corpo e la riporta in Francia dove concluderà i suoi anni in una clinica psichiatrica.
       
Quando si dipende affettivamente
La dipendenza affettiva si mostra con una dedizione assoluta all’altro. Dedicarsi esclusivamente al suo benessere e rinunciare al proprio.                             
La personalità dipendente ama partner problematici, nega i propri bisogni e si concentra solo su quelli dell’amato. Soprattutto è una problematica femminile. Chi è dipendente affettivo non ha le risorse per uscire dalla relazione, pur giudicandola correttamente, senza speranza         I timori sottostanti e profondi sono l’abbandono, la solitudine, la paura di cambiare e di sviluppare le proprie capacità individuali. Spesso si sviluppano anche sintomi come ansia generalizzata, malinconia o depressione, idee ossessive e compulsive…
Chi sviluppa una dipendenza affettiva per non ferire mai l’altro distrugge silenziosamente se stesso. L’adesione acritica e la fusione con l’amato, che si trova comunemente nell’innamoramento, qui perdura sempre. Poco a poco entriamo in una dipendenza affettiva che poi può originare un pericoloso stalking in una delle sue  variegate costellazioni.
Sul tema della dipendenza affettiva Robin Norwood scrive :”Quando la relazione con lui mette a repentaglio il nostro benessere emotivo e forse anche la nostra salute e la nostra sicurezza, stiamo decisamente amando troppo”. Se “la passione d’amore” è dolorosa la via della guarigione è tortuosa. Alcuni punti non esaustivi di questo percorso possono essere.                                                                             
 Riuscire a cercare aiuto.Trovarsi un terapeuta fidato. 
Considerare se stessi prioritari e sopra qualsiasi cosa. Sviluppare assertività e autostima. Riuscire a condividere con altre persone (ad esempio un gruppo di sostegno) le cose che sto apprendendo e di cui mi rendo progressivamente conto. Imparare ad ascoltare se stessi e volersi bene nei comportamenti. Superare ossessioni e paure. Migliorare la propria negoziazione e relazione all’interno della coppia. Oltrepassare la dipendenza da psicofarmaci. Perdonare…

Lo stalking è invece una costellazione di comportamenti per i quali un persecutore caccia la sua preda procurandole danni e un’ansia diffusa che la compromette nel vivere la quotidianità.                                                                                                                                       
Oggi lo stalking è un problema sociale e in molti stati un reato penale e un crimine. Il “cacciatore”, prevalentemente un uomo, attua una serie di molestie e di azioni intrusive e ripetute attraverso comunicazioni indesiderate, contatti indesiderati e comportamenti associati.

 L’intento del persecutore è ristabilire il rapporto o vendicarsi per il rifiuto. Lo stalking sostituisce simbolicamente l’intimità perduta attraverso una relazione fantasticata che compensa l’assenza della relazione reale.
Qui il problema è che in fondo lo stalker è un “corteggiatore incompetente”: drammaticamente non in grado di relazionarsi ed entrare veramente in contatto con l’altro sesso e interpretare in modo corretto i segnali che riceve dagli altri.
Alcune caratteristiche comuni sono spesso… gelosia, narcisismo, fallimenti sentimentali, necessità di controllo sugli altri, socialità inadeguata, visione di sé vittimistica, anassertività , oscillazione dell’umore tra rabbia ed amore, eccessiva dipendenza da altri, difficoltà a distinguere fantasia e realtà.
 L’approccio terapeutico può funzionare se, tra l’altro…lo stalker è realmente motivato al trattamento; se riesce a interiorizzare profondamente che i suoi comportamenti allontanano e disperdono tutto ciò che in passato è stato o è rimasto positivo rispetto a quel rapporto. Se è in grado di avere una buona elaborazione del lutto. Se si ottiene un indebolimento delle convinzioni deliranti, se si riesce a ridurre l’isolamento sociale che lo caratterizza, se riesce ad apprendere migliori modalità relazionali a qualunque livello.                                                        
Gli amori impossibili sono estremamente vari nelle loro espressioni e “liberarli” non è affatto scontato…

Dott. Roberto Solinas
Psicologo e psicoterapeuta

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mercoledì 23 aprile 2014

COSA LASCIA UNA SEPARAZIONE AI FIGLI? LA QUIETE DOPO LA TEMPESTA.




 COSA LASCIA UNA SEPARAZIONE AI FIGLI? LA QUIETE DOPO LA TEMPESTA...



Nel nostro paese separazioni e divorzi sono statisticamente in crescendo e, tuttavia, portando la attenzione al fenomeno non voglio fermarmi ai numeri, quanto, soprattutto, entrare in un ambito ormai divenuto socio-culturale, con risvolti economici complicati se pensiamo alla situazione economica attuale. Cosa succede dopo la tempesta della separazione? Dopo che il muro alzatosi tra i due coniugi e buttato giù dalla separazione, che formalmente stabilisce delle regole di "convivenza" per l' affidamento dei figli, poi ridotto in macerie, trova o due genitori "che le vogliono ripulire e riedificare, le macerie"; oppure, nei casi più pesanti e  "a tempi indeterminati", i due genitori ingaggiano una lotta permanente. 
La situazione che voglio qui considerare è relativa ai due ex- coniugi alle prese con le regole della "genitorialità": a come possono entrare e muoversi in questo spazio, di fatto, neutro rispetto ai fantasmi che attraversano il loro quotidiano.

SE NON ABBIAMO FUNZIONATO PRIMA... RIUSCIREMO ADESSO?
E' questa la questione essenziale. Se ciò che i due coniugi hanno costruito sulla  reciproca esperienza di coppia li ha guidati poi a chiudere la loro relazione, come potranno cambiarlo, trasformando ciò che pensano e sentono, l'uno rispetto all'altro e a se stesso, nel rapporto con l'altro?
" Lui era sempre autoritario e si ostinava nel chiedermi di essere diversa da quella che invece io sentivo di essere...lui mi faceva sentire come non mi piaceva sentirmi"(Lei)
Non era mai coerente con le cose che pensavamo insieme...se avevamo stabilito degli accordi, poi lei li cambiava e mi escludeva, decidendo diversamente!. Non arrivavo mai a quello che speravo di condividere con lei e mi sentivo impotente".(Lui)


Il conflitto evidente in questa "posizione relazionale" trattiene una rigidità che difficilmente saprà cedere il passo ad un ri-posizionamento. Nessuno dei due potrà rinunciare al proprio punto di vista perché la rigidità lo tiene come fermo,bloccato e trattenuto nei sentimenti  e certezze relativi alle aspettative e credenze reciproche.


I figli, nelle diverse fasi di crescita, richiedono, al contrario, una capacità di" rinnovamento lucido": non solo accordi sulla gestione dell'affidamento; un unico stile di gestione dei tempi e spazi educativi in modi diversi sulle due case, sui tempi diversi del lavoro dei genitori; sulle regole diverse che, tuttavia, dovrebbero portare ad uno stile di guida dei figli. Cosa succede se gli stili rimangono separati e quindi di per sé ambigui, per poi risultare due diverse modalità di "referenza adulta"?

"Le regole devono essere rispettate...se nostro figlio non si attiene io lo metto in punizione...poi però sua madre non batte pari e cede" (il padre).

"Il confronto c'é, anzi se siamo stati in guerra come coniugi,ora va molto meglio...e comunque, i nostri figli devono diventare responsabili e dobbiamo parlare con loro" (la madre).

COME RIUSCIAMO... SE SIAMO INTRAPPOLATI?
La trappola che tiene il loro tipo di relazione si attiva ogni volta: per lei, lui é autoritario e non le permette di esprimersi liberamente; cosa che,quando si verifica, diventa inevitabilmente una sfida che lui riceve proprio perché lei vuole uno spazio riconosciuto che lui, invece, le nega giudicando il suo bisogno "un'incoerenza". Cosìcché lui per lei "é autoritario";
lui per lei" é incoerente". Questo schema rigido viene mantenuto nella gestione delle regole che scandiscono la vita dei figli entro posizioni ad intermittenza: tra modi paterni più rigidi prima e cedevoli poi; oppure sconfermati da parte materna. E' questo ciò che trattiene i due genitori come se fossero "intrappolati" alle reciproche aspettative e rappresentazioni.

La trappola, tuttavia, non blocca solo i due adulti, condannati a ripetersi: tra i due litiganti...il terzo gode,  si dice.I figli, ovverosia!
 " Se gli adulti non sono referenti, allora sono io che posso decidere . Faccio ciò che mi piace ; se non mi piace non lo farò!
La gabbia diventa anche quella in cui i figli si mettono, se, in una situazione intermittente di imposizioni e cedevolezze, ad assumere decisioni sono loro! Ed il godimento è solo una grande illusione...

Hai interesse a sviluppare l'argomento? Puoi scrivermi all'ind. mail annamaria.agnano@gmail.com

La Vostra AnnamariA


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venerdì 4 aprile 2014

L'AMORE IMPOSSIBILE




L'amore impossibile: amare l'altro che non sa amare o non sapersi far amare?


"Fu quasi un colpo di fulmine...mi corteggiò conquistandomi. 
Subito ebbi una sensazione strana, qualcosa simile a diffidenza, ma come altre volte nella mia vita, ero talmente attratta da quella specie di follia d'amore che mi buttai a capofitto".


Così potrebbe iniziare una storia d'amore passionale e travolgente esattamente come da copione:prima una specie di sensazione allarmante, ma solo per breve, poi seguita da una relazione trasgressiva. Lui impegnato, sebbene separato in casa: lei pronta a risvegliare i propri sensi a lungo feriti da una relazione matrimoniale fallita miseramente. E da memorie sentimentali di altri fallimenti...storie a breve scadenza. 
" Mi ero sentita come anestetizzata negli anni trascorsi in quel legame sofferto...e quando sentii di nuovo il desiderio e la passione, mi lasciai travolgere non credendolo possibile!"

I sentimenti inariditi, un ferita profonda e la sensazione di anestesia, possono lasciare spazio al desiderio rinnovato che viene sentito come qualcosa di miracoloso e pertanto, degno di abbandono totale.Slancio, passione, incontri trasgressivi e lungamente attesi; conversazioni no-stop! Poi qualcosa cominciò a cambiare, in un momento imprecisato e lentamente, ma anche inesorabilmente. . 

"Non potrò esserci...non ci potremo sentire..!

Cominciò lentamente il suo distacco. Capivo che qualcosa non tornava, tutto sembrava di colpo mutato con i suoi tentativi di normalizzare i nostri incontri, schematizzarli nelle due ore a settimana..."
L'altro comincia a distanziarsi, a declinare con "ragionevoli" ma immotivate scuse che contraddicono la storia d'amore. "Perché non stiamo insieme più spesso? Perché limitare incontri e tempi? "Perché ridurre una relazione che dovrebbe invece crescere e fiorire in qualcosa di più profondo..."E più lei chiede, più lui si ritrae: schemi della dinamica conflittuale per cui il contrasto si fa duro. 
"Non posso, vorrei...ma non posso! 
Ma perché non è possibile?...Se tu veramente volessi potremmo essere felici". 
In questi accenti opposti, il nuovo legame "imbriglia" la relazione che diventa dolorosa. Lei inizia a controllare, lui si sottrae al controllo. E la passione,quindi, cede. Lei lamenta e rivendica; lui si protegge.
Gli accenti nella relazione questi sono: il lamento di lei è seguito dal ritrarsi di lui; lei degrada lui che si dà alla fuga.La passione è bruciata...la storia è finita!
La relazione iniziata con tutti i presupposti apparentemente passionali, muta di segno e diventa una relazione dolorosa.                                                   "Gli slanci cessarono: lui era nervoso, sembrava non desiderarmi più...i nostri incontri appassionati cessarono in passione, diventando luoghi di discussioni, lunghe e sfibranti.Ci parlavamo addosso... lui nemmeno si eccitava più".


Scoperta e svelamenti
Nel lavoro di elaborazione della storia, lei sceglie uomini che non sanno amare e, infine, sente che è lei a non essere capace di farsi amare, se è lui a rifiutarla. Copioni rigidi con atti selezionati e ripetitivi: alla fine la rabbia, l'umiliazione e la rivendicazione di lei che trovano spazio nel rifiuto che l'altro ha operato, dolorosamente e con la violenza sottile che ella riporta nel suo narrarsi.
Le conversazioni amorose datate e falsificate, non dall'altro, quanto dalla relazione stabilita con l'altro, che, prevedibilmente, arriverà a deluderla, a rifiutarla.



Quando già prima che ciò accadesse, lei stessa aveva rotto il legame, proprio con le richieste crescenti ed ossessive espresse affinché lui cambiasse ciò che non era in grado di fare, perché non era mai stato grado di farlo!
In questa storia l'auto-profezia verificantesi conduce con precisione al fallimento del legame, proprio perché l'altro è inaffidabile e nella sua inaffidabilità ella non potrà che confermare la sua solitudine.
La consapevolezza di condurre questo gioco infinito relazionale, sarà per lei condizione di un profondo cambiamento verso l'uscita dalla trappola: attraverso un intervento terapeutico strategico la complessità è stata trattata come semplicità, grazie agli strumenti e prescrizioni studiati per il caso.


La Vostra AnnamariAgnano




A chi desiderasse approfondire sarò lieta di rispondere attraverso contatto diretto: annamaria.agnano@gmail.com




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giovedì 27 marzo 2014

ANSIA & LAVORO...


ANSIA & LAVORO


 In questi tempi"moderni" lo stravolgimento del lavoro ha inciso sulla percezione profondamente mutata delle persone relativamente al lavoro,così da farci pensare non tanto a un periodo di cambiamento, quanto invece al cambiamento di un periodo economico sociale storicamente configurabile.
Dal mio osservatorio, trovandomi a trattare ansia e paura per mestiere, rilevo come questo contesto cosi' delineato abbia generato ansia e paura nei rapporti di lavoro, con un diffuso sentimento di sfiducia e che sia frequente per la persona trovarsi in situazioni in cui sente di vivere in un clima ad alta tensione, quando non anche di ostilita.'Cosa che puo' tradursi in casi più estremi in quella condizione che in Psicologia del lavoro viene definita   "mobbing"*
In una condizione non estrema, ma in un clima organizzativo ad alte tensioni,(e la complessità di cui sopra facevo riferimento inevitabilmente "produce" tale clima) come, tuttavia, la singola persona possa reagire alla tensione puo' essere davvero determinante nel generare conflitti a spirale. Quando, ossia, si attivano veri e propri giochi infiniti, in crescita progressiva, in cui la tensione e paura si articolano in modo complesso e paradossale. 

La sensazione di essere intrappolati in situazioni rigide ("i miei colleghi non sono comprensivi, non mi aiutano...non c'è collaborazione tra noi"; "il mio capo è arrogante e mi tratta male"; il titolare è distaccato/schizzato e questo complica le cose da fare!) al di la' della sua effettiva drammaticita', implica reazioni anche soggettive che sono intrinseche alla percezione personale. Infatti, le reazioni attivano azioni dentro un processo di interazioni e, perciò, contribuiscono ad attribuire significato e valore a quell'evento-esperienza che ci si trova a vivere. L'ansia aumenta, crescendo entro un meccanismo a spirale, e se si stabilisce la spirale della paura della paura, del suo effetto a controllare le reazioni e gli effetti di ritorno, di fatto si costruisce un sistema di risposte "patologiche"che possono contribuire a peggiorare la relazione e a fissare schemi rigidi, mantenuti proprio perché ripetuti: più si ripetono, più si rafforzano...più si rafforzano più si ripetono.

A cura della Dott.Annamaria Agnano

Se sei interessato a questo tema, se vuoi approfondire, puoi scrivermi al mio indirizzo:
annamaria.agnano@gmail.com
info@atsproblemsolving,it




*lo psicologo tedesco Heinz Leymann userà la parola mobbing per primo nell’ambito di una ricerca condotta negli anni ottanta dedicata allo stress nell’ambiente di lavoro. Il mobbing è costituito da vessazioni, di vario genere, azioni vessatorie chiamate azioni mobbizzanti, da parte di uno o più individui, nei confronti di un lavoratore, condotte in modo sistematico e per un lungo periodo di tempo, secondo Leymann almeno una volta a settimana per sei mesi. 


* il bossing è una forma di vessazione attuata dall'azienda/ capi con l'intento di mettere la persona in condizioni di disagio ed esasperazione tali da indurla a rinunciare a qualsiasi azione di tutela/diritto e a dimettersi.

Altro interessante approfondimento sul mobbing è attraverso il Modello a 6 fasi dello psicologo Harald Ege. 

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martedì 18 marzo 2014

QUANDO QUEL RICONOSCIMENTO NON ARRIVA:I DIFFICILI PASSAGGI GENERAZIONALI



QUANDO QUEL RICONOSCIMENTO NON ARRIVA:
I DIFFICILI PASSAGGI GENERAZIONALI

Cari Amici e Care Amiche, 

prendo spunto da un problema postomi da  da una donna-figlia che sta lottando con suo padre per i cambiamenti che ella chiede di fare nella loro azienda ed il cui ruolo, sebbene vitale e centrale. non viene riconosciuto dal padre fondatore.

Ho subito specificato che pur apparendo la sua una questione" di genere", io non l'avrei trattata in quanto tale, per ragioni puramente tecniche. Infatti, il mio punto di osservazione rileva che il passaggio generazionale sia relativo alla difficoltà ad accettare il cambiamento da parte di un" padre" imprenditore,
non tanto perché espresso da un figlio o da una figlia, ma soprattutto in quanto la dinamica oppositiva che il padre in questione muove è verso l'altro di se stesso: l'altro da sè, figlia, nel nostro caso, che gli chiede di prendere decisioni oltre lui, cambiando una realtà che da sempre egli gestisce ed attraverso la quale egli esprime e riconosce il suo potere.

" Sono anni che chiedo un cambiamento in azienda: informatizzare un magazzino per vendere meglio; fare un catalogo vendita on line..." questa l'amara considerazione della figlia al diniego del padre.
Ed in essa, la completa sconfitta: nessun cambiamento, tutto rimane come è sempre stato. io decido!

Ma quello che trovo più interessante non è in sè l'opposizione del padre verso i cambiamenti che la figlia gli richiede: quanto l' attenzione che chiedo di fare a questa giovane donna alla dinamica in cui entrambi, lei e suo padre, sono " intrappolati" entro un vortice di reazioni e risposte "di lotta": più lei chiede di cambiare, più lui si oppone, più lui si oppone, più lei si arrabbia e rilancia la prossima richiesta di un cambiamento" Sino a che, entro una modalità di auto-conservazione del loro rapporto,pur trattandosi di un rapporto rigido, l'uomo compie un'azione più sfidante ed inattaccabile; lei, allora,la figlia, inevitabilmente deve accettare e subire. Tra rese e cedimenti, sfide e combattimenti, una relazione che rimane cristallizzata nel tempo.
"Per quanto io faccia, lui mi impedisce di fare alcun cambiamento".

Un gioco simmetrico ed infinito che vede il "carnefice e la vittima" dentro ad una sequenza interazionale in cui il loro sistema mantiene la rigidità che impedisce al loro rapporto una naturale crescita.* ed all'impresa di prendere un nuovo spazio vitale...

Per chi è interessato a sviluppare questo tema, sia perché si trova in una situazione di questo tipo, sia per curiosità e per approfondimenti, aspetto una sua mail al mio ind. di posta elettronica:

annamaria.agnano@gmail.com.

Vi aspetto.

La Vostra Annamaria Agnano 

* Pragmatica della comunicazione Umana

Paul Watzlawick ; Janet H.Beavin; Don.D. Jackson- Ed Astrolabio
La scuola di Palo Alto di Marc Edmond e Dominique Picard-  Red ed 




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